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L'entusiasmo con cui una parte degli psicoanalisti ha celebrato il centenario della nascita di Melanie Klein non può cancellare le differenze che esistono ancora fra analisti freudiani e kleiniani e che hanno trovato una espressione periodica nei ben noti lavori di Waelder (1936), Glover (1945), Bibring (1947), Brierley (1939, 1942, 1951), Zetzel (1953, 1956, ecc.), Geleerd (1963), Joffe (1969), Kernberg (1969), Yorke (1971), Greenson (1974). Un dibattito che si protrae da più di 50 anni dovrebbe aver raggiunto l'età del pensionamento o essersi almeno trasformato; se non è successo i motivi sono da ricercare nelle sue componenti extrascientifiche o nella maniera con cui è stato condotto fino ad ora. Cercherò quindi di affrontarlo in maniera diversa: invece di contrapporre kleinismo e psicoanalisi ortodossa con il fine di vantare i meriti di quest'ultima giungendo alla conclusione che le innegabili differenze potevano essere superate oppure che il solco era ormai invalicabile, cercherò di dimostrare che la teoria kleiniana costituisce una applicazione coerente di alcuni assunti della metapsicologia freudiana dopo averne portati i difetti alle estreme conseguenze. Questo approccio appare oggi possibile dopo che in questi ultimi anni diversi Autori (Rubinstein, 1965; 1976; Rosenblatt e Thickstun, 1970, ; Peterfreund, 1971; Gill, 1976; Schafer, 1976; G. S. Klein, 1976; Breger, 1981; Fossi, 1981a, 1983, ecc.) hanno operato una netta distinzione fra teoria clinica