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Vorrei premettere che il mio argomento, prendendo le mosse da annotazioni cliniche, è però fondamentalmente teorico, e riguarda alcune considerazioni che l'esperienza psicoanalitica induce a fare sul problema del crimine. Tempo addietro avevo avuto occasione, affrontando il problema dei rapporti tra psicoanalisi e criminologia, di rovesciare i termini anteponendo la colpa al delitto; in questo senso l'aggressività, antica, e la colpa, lesta di piedi e che ovunque segue i mortali, come dice Omero, si può esprimere o con la nevrosi, o la melancolia, o con la sua alternativa, in fondo terapeutica, e cioè il delitto. Così essendo, la terapia potrebbe considerarsi un intervento che previene il crimine, così come può considerarsi un intervento che risolve la nevrosi o la melancolia.
In questo senso il crimine e la nevrosi possono, seguendo lo schema adattabile alla perversione, essere considerati come i due aspetti, positivo e negativo, della stessa dimensione conflittuale: il crimine, che si esprime con la presenza immediata del conflitto, o delle sue componenti pulsionali, in parte agite nella realtà o per così dire controagite, nel senso che sono agite nel comportamento le misure messe in opera per annullare l'angoscia o la colpa connessa al conflitto; la nevrosi, ove il conflitto non è agito, ed è invece elaborato tramite tutti i meccanismi di difesa dell'Io, che lo spostano sul piano simbolico e del sintomo che lo rappresenta.