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La lettura del libro di Renata Thiele Rolando Dolore (Ed. Rizzoli, ) mi ha suscitato alcune riflessioni.
Il libro, che è stato recensito da E. Servadio (Il Tempo, 3-6-1982) è un pregevole documento sulla sofferenza, che testimonia di una grande considerazione umana e di una perspicace attenzione osservativa. Lo sforzo legittimo di attribuire al dolore un senso lo rende però non esente da una certa dimensione etica venata a volte di misticismo.
La lettura di questo libro dovrebbe in special modo richiamare l'attenzione degli psicoanalisti sul dolore fisico che, sia pure nel contesto di una concezione unitaria dello psiche-soma, dove il trattino unisca anziché dividere, è al livello fenomenico distinto dal dolore mentale e ancor meno di esso riducibile ad una schematica bipolarità. Infatti il dolore mentale è concetto molto più estensivo e la ricerca del suo senso ha già da tempo e precipuamente impegnato la psicoanalisi.
Mi sono domandata allora come si può porre uno psicoanalista laico (nell'eccezione corrente del termine) nei confronti del dolore fisico, senza schierarsi con i cavalieri dell'anestesia che negano ad esso ogni diritto di cittadinanza, ma senza schierarsi neppure tra coloro che vedono nel dolore fisico, come del resto nel dolore mentale, un prezzo di riscatto attraverso un'offerta sacrificale.
Tali concezioni, e quindi tali modi di accostarsi al dolore fisico, derivano da un'impostazione filosofica generale che viaggia tra le