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Conoscevo abbastanza Mirella Cugnini per sapere che avrebbe gradito di più un minuto di discorso che un minuto di silenzio, nel quale del resto è giusto che ognuno di noi onori chi scompare con i suoi segreti e personali pensieri. Ma comune a tutti è l'inquietudine suscitata in noi dalla scomparsa di questa collega ancora giovane. È vero che anche noi analisti abbiamo orrore della morte, ma in questo caso bisogna ammettere che, nei ruoli più diversi che il copione ci aveva affidato nella vita di Mirella, ci sentiamo tutti profondamente coinvolti nella sua sofferenza.
Sulle pagine di questa Rivista, che è come il simbolo della nostra mente e della nostra appartenenza, vorrei introdurre un lutto nel segno di un ricordo piuttosto che di un oblio. Dimenticare rapidamente sarebbe come mettere da parte quello che Mirella rappresenta e che appartiene anche alla nostra vita interna: la solitudine, il dolore intollerabile e inesprimibile.
Mirella volle essere analista ed affrontò con tenacia ed entusiasmo un training particolarmente duro perché aveva fede nella psicoanalisi. Fu sempre fiduciosa e devota ai suoi maestri, affabile ed ospitale con i colleghi. Amò i suoi pazienti e per questo li capì.
Insomma venne tra noi con tanta fiducia, stette tra noi con grande coraggio e penso che ci abbia lasciati con grande disperazione.
Teniamoci accanto tutto questo, che fa parte di noi tutti, senza presumere di liquidarlo con qualche cerimoniale.
La vita e la morte di Mirella ci insegnano cose importanti.
Cerchiamo di avere nell'apprendere il suo stesso zelo e la sua stessa devozione.
Stefania Manfredi