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Quando Bion descrive il lavoro dello psicoanalista, come qualcosa di simile al compito dell'ufficiale in guerra, che continua a pensare con chiarezza anche in mezzo alla tempesta, afferma che si può richiedere questo soltanto a chi è diventato una “feeling person”, una persona “che sente”, che è sensibile, diremmo noi, e che pertanto sa condividere l'esperienza emozionale delle turbolenze tempestose che evoca, in quanto ha avuto una “real” analisi e un training da un “real” Istituto di Psicoanalisi.
Quando leggiamo questo, noi anziani ci guardiamo in faccia e scuotiamo un po' la testa … certo, pensiamo, è proprio questo che cerchiamo di dare ai giovani colleghi, anche attraverso certe severità che non tutti apprezzano. D'altro canto, dobbiamo però riconoscere che il fatto che noi abbiamo trovato, nel momento in cui chiedevamo di diventare psicoanalisti, una Società ancora pionieristica, che ci ha accolto molto affettuosamente, ma senza imporci il rigore — e quindi, nemmeno i limiti che lo accompagnano, di una “real” scuola — è stata anche la nostra fortuna: non eravamo analisti “DOC” (di origine controllata), è vero, ma questa situazione ci