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Nella presentazione del saggio kleiniano intitolato “Il romanzo di una famiglia in statu nascendi” (pubblicato sul n. 2, 1983, della nostra rivista) apprendiamo che il vero nome del bambino di cui si racconta — Eric — sarebbe stato successivamente cambiato in “Fritz” per ovviare a talune obiezioni mosse all'Autrice. Vi era presumibilmente dissenso sull'opportunità di presentare materiale clinico tratto dall'esperienza con il proprio bambino. Se il proprio figlio non può essere considerato come un paziente, la narrazione non costituirebbe materiale clinico in senso proprio e non sarebbe dunque scientificamente utilizzabile. E se questa è effettivamente la difficoltà a cui si cercava di ovviare, l'intero scenario socio-psicoanalitico ci rende alquanto perplessi nel senso che in tale contesto non si configura la possibilità di riflettere al significato affettivo che potrebbe avere per una persona la probabile eventualità di vedersi pubblicata la propria “cartella clinica”, per così dire, redatta da uno dei genitori. Nella cartella si legge tra l'altro che Eric Klein “Nelle cose pratiche, per quanto concerne il suo senso di realtà, era rimasto di gran lunga dietro agli altri bambini della sua età” p. 125. Il terzo paragrafo del testo consiste infatti in un blocco di 19 righe in cui si descrivono le travagliate vicissitudini dello sviluppo cognitivo del piccolo Eric. A rendere pubbliche le vicende dei pazienti si incontra