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Sono capitato sulle parole conclusive del saggio di Meltzer “Significato clinico dell'opera di Bion”: “Forse non si sarebbe troppo ottimisti nel dire che il lavoro di Bion ha ampliato il campo della psicoanalisi nelle stesse proporzioni esponenziali di quanto lo ha fatto il lavoro di Melanie Klein, per quanto si può giudicare retrospettivamente. Questa elevazione al cubo del lavoro di Freud, per così dire, ha permesso alla psicoanalisi di evolversi da terapie limitate alle nevrosi e delle perversioni, viziate da eccessive ambizioni di spiegare tutto, fino a diventare un metodo scientifico che può dimostrare di essere adatto ad investigare e a descrivere tutto e a non spiegare nulla”. La proposta è di opporre l'inutilità dello spiegare all'utilità dell'investigare e descrivere proponendo insieme due diversi modi di funzionamento della mente umana in reciproco conflitto. È facile ritrovare qui il gioco degli opposti che dalle coppie tradizionali dell'istituto psicoanalitico (conscio-inconscio, pregenitale-genitale, vita-morte, schizoparanoide-depressivo) si è spostato alla contrapposizione, nel primo Bion, tra gruppo in assunto di base e gruppo di lavoro. “Succede sempre che qualcuno chieda: ‘quando comincia il gruppo’. — scrive Bion —. Ora da un certo punto di vista la risposta più semplice è che il gruppo comincia alle ore 10,30 …; cambiando invece la prospettiva — anche se bisogna cambiarla di parecchio — posso dire che dal mio punto di vista sto osservando dei fenomeni di gruppo che non ‘cominciano’; le attività che mi interessano continuano e si evolvono, ma non ‘cominciano’”. (Bion, 1961). Questo passo mi pare adeguato ad esemplificare il modo