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Se è vero, come pare, che ogni concetto teorico-pratico di malattia non può che far capo alla sofferenza del soggetto (male habitus — malato — è chi ha male a se stesso), senza di che non si dà “malattia” ma fenomeno biologico “puro” e contemplabile come tale, allora ogni malattia è, per effetto dell'angoscia, in qualche modo malattia mentale. Anzi, la malattia mentale propriamente detta può assumersi come il paradigma di ogni malattia.
Ora l'angoscia, essendo suscettibile di ingenerare falsa coscienza, può produrre difese paradosse tese in circolo vizioso a perpetuare lo stato che le ha generate.
Un bambino che sperimenti il bruciore dell'alcool su una sua anche piccola ferita sarà autorizzato a confondere il dolore del disinfettante con quello prodottogli dal tagliente, e per questo, fatalmente, ritirerà la manina sanguinante, ove non sia amorevolmente costretto a quella cura.
È acquisito che questo bambino è dentro di noi sempre, per tutta la vita. Ciò rende immediatamente problematico l'incontro con ogni medico e tanto più drammatico l'incontro con lo psichiatra. Il quale sa — o dovrebbe sapere — che egli è precisamente il medico