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“Non ho mai cessato di chiedermi se la causa dell'insuccesso sia sempre la resistenza del paziente o non sia invece, molto più spesso, la nostra pigrizia, il nostro rifiuto ad adattarci anche a livello metodologico alle caratteristiche della sua personalità”.
Con insolita degnazione, resa forse più facile dallo sfollamento festivo, il direttore della clinica universitaria nella quale, come medico di guardia, facevo le prime prove nell'assistenza degli psicotici, richiamava la mia attenzione sul loro particolare modo di riferire le allucinazioni uditive, “le voci”, di cui lamentavano la persecutoria insistenza: — La voce dice che… Mai un discorso diretto! Mi pareva allora che il discorso indiretto disvelasse una convinzione non adamantina, più proclamata che persuasa. Appresi più tardi come anche nei deliri più coerenti e sistematici una parte sana e incredula riesca a far percepire il suo pur debole richiamo.
Ripensavo a queste vecchie esperienze nel costatare come, nonostante i reiterati inviti dei comitati di training dei diversi istituti, i candidati preferiscano rinunciare alle esemplificazioni cliniche nelle loro relazioni per l'associatura psicoanalitica o, comunque, riportare eventualmente sedute, sequenze e situazioni, senza le espressioni realmente usate, bensì ancora con il discorso indiretto. Ma, per la verità, ciò accade anche agli analisti più sperimentati e forse con naturalezza e senza che se ne avvedano: sempre indirette le espressioni più abituali: gli ho fatto capire che… mi sono riferito a… gli