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Non ho scelto io il titolo di questo seminario; mi è stato proposto da Carloni di collaborarvi: tuttavia la coincidenza tra l'argomento indicato e alcune riflessioni che la quotidiana esperienza analitica mi portava a fare hanno vinto la mia abituale riluttanza a impegnarmi in queste cose. Ma c'è stato in più, a decidermi, un elemento apparentemente insignificante, di formulazione linguistica e lessicale; cioè mi è piaciuto il modo, in cui l'argomento è stato proposto e indicato.
“Come parlare per essere intesi”: sicuramente non ci proponiamo di dare indicazioni precise ed esaurienti, di insegnare una tecnica per poter raggiungere fluidità e facilità di comunicazione, ná evidentemente possiamo presupporre che si tratti appunto di una semplice “tecnica” che si può acquisire con questi mezzi: si tratta piuttosto di mettere a fuoco il problema della comunicazione, di ciò che la facilita o la ostacola soprattutto dal versante dell'analista, visto che per quanto attiene alle difficoltà provenienti dal paziente, queste costituiscono la gran massa delle comunicazioni, riferimenti, teorizzazioni dei lavori analitici, e non sono certo state trascurate. Dicevo che sono stata favorevolmente colpita dall'aspetto lessicale del titolo proposto; in particolare mi ha convinto l'uso del termine “parlare” al posto del più tradizionale, formale e professionale interpretare.
L'idea infatti che tutto quanto mi può capitare di esprimere durante la seduta sia “interpretazione”, o che tale debba essere, altrimenti è cosa sbagliata e antianalitica, è idea che infatti mi