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Il concetto di lutto non è, come ovvio, di pertinenza psicoanalitica, ma originariamente poetica e, se si vuole inquadrare in una disciplina scientifica, antropologica. In questo senso, sarebbe del tutto limitante definire il lutto non dico un fenomeno psicopatologico, ma anche psicologico. Per questo motivo credo che una buona indicazione di lettura, per avere una sintesi del problema antropologico del lutto, sia il libro di Ernesto de Martino, Morte e pianto rituale nel mondo antico .
Dunque, il pianto rituale, il luctus o planctus è termine che vaga incerto nelle lingue diverse, diventando cordoglio, Trauer, Mourning. In origine il senso è però quello di un gesto, concreto, l'atto di piangere, che agisca in qualche modo per ridurre il danno terribile contenuto nella crisi della presenza: crisi della presenza e, in seguito, crisi del cordoglio, sono i due momenti di questo processo. La crisi della presenza è connessa all'angoscia della non esistenza, ed è in questo senso strettamente connessa ai rituali magici (De Martino, 1958 a): la non presenza è sinonimo della non esistenza, e non ha certo difficoltà a comprendere questa connessione l'analista, che trova nelle appendici a Inibizione Sintomo e Angoscia (Freud, 1925) l'idea che nelle prime fasi dello sviluppo psichico realtà dell'oggetto e presenza di esso, il che vuol dire percezione dell'oggetto, sono sinonimi. Non è a caso che una delle accezioni metaforiche più comuni per indicare il morto è un termine, in qualche modo parziale, come “scomparso”.
A questo punto, di fronte alla scomparsa, e alla domanda “che