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“C'è anche nella biografia della Freud qualche ombra”: così leggiamo nell'articolo ampio ed equilibrato di Glauco Carloni (“Con Melanie Klein e Anna Freud”, Riv. Psicoanal., N. 4, , pp. 429-434). Si è un poco sollecitati da questa notazione che potrebbe far pensare a delle biografie relativamente prive di ombre oppure a soglie di ombra, per così dire, al di là delle quali l'immagine dello psicoanalista non sarebbe più accettabile; quasi vi fosse la suggestione che l'ideale di psicoanalista sia una persona limpida e luminosa.
Scrive Carloni: “C'è anche nella biografia della Freud qualche ombra: una si allunga su tutta la sua vita professionale, se è vero che fu psicoanalizzata dal suo stesso padre. C'è una lettera (di Freud)… a Weiss che pare non lasciar dubbi in proposito” (p. 433). Se le ombre si riferiscono ad una manchevole regolarità di training, come la lunga ombra cui fa riferimento Carloni, allora verrebbe da riflettere sulla rilevanza formativa di un regolare training in quanto evidentemente, si può essere una rigorosa e generosa psicoanalista come Anna Freud pur avendo intrapreso un'analisi con il proprio genitore.
Ma la lettera di Freud a Weiss suscita ben altri pensieri. Forse a causa di una deformazione professionale, si è propensi a non trascurare il benché minimo dettaglio, soprattutto quando apparentemente non sembra avere alcun nesso di rilievo con i messaggi principali del testo; come quando nel consequenziale discorso di qualcuno si accenna, en passant, a qualcosa di enorme o di inquietante. Le poche righe della lettera di Freud a Weiss suscitano infatti in noi quella particolarissima attenzione che si accende quando in una narrazione compaiono