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La lettura del lavoro di Giordano Fossi “Sigmund Freud e Melanie Klein: le colpe del padre” mi suggerisce alcune osservazioni, che forse può essere utile rendere pubbliche.
Giordano Fossi non è nuovo alla faticosa opera di critica della metapsicologia psicoanalitica. Lo abbiamo letto già, e a più riprese, su questa stessa rivista. Questa volta il suo impegno è più vasto e si spinge con determinazione nell'ambito dei contributi postfreudiani e specificamente kleiniani.
Che la metapsicologia mostri da un pezzo la propria fragilità è ormai ben noto: la vasta bibliografia di questo e dei precedenti lavori di Fossi ne è evidente testimonianza. Sono nel contempo comparsi tentativi, quasi sempre parziali, ma non privi di interesse, di correzione, aggiustamento delle più antiche formulazioni metapsicologiche, perché meglio possano rendere conto delle esperienze che nella psicoanalisi si compiono. L'intera evoluzione della pratica e della teoria psicoanalitica, dalla interpretazione-decodificazione alla interpretazione-rêverie, dai modelli strutturali statici alla visione relazionale, contiene interamente, a mio parere, questo sforzo di risistemazione. Anche Fossi ha proposto una sua risistematizzazione in termini di cosiddetta teoria clinica della psicoanalisi, seguendo l'esempio di G. S. Klein, che ha presentato in un volume di recente pubblicato. Ma non voglio entrare nel merito di questo, e di altri consimili tentativi, ma piuttosto restare a questo lavoro sulle “colpe del padre” e fare