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In poco più di cento pagine gli autori, psichiatri di territorio in Toscana, affrontano concetti di grande interesse teorico e di importanza
pratica. Quale è il destino dello schizofrenico “praticamente guarito?”. Si deve continuare a pensare che l'evoluzione delle psicosi schizofreniche sia comunque deficitaria? È vero che una restituito ad integrum non è mai possibile? Di che natura è il Defekt post-schizofrenico di cui parlava Kraepelin? Cosa, in realtà, hanno potuto apprendere gli autori in base alla loro esperienza su 135 casi di psicosi schizofrenica seguiti nel corso di 10 anni?
È vero, come essi affermano, che una vera restitutio ad integrum non è mai possibile, neppure nella patologia somatica, “non foss'altro per la memoria immunitaria che ci fa diversi, dopo ogni aggressione subita”? Nel mentale, dove è diventata consuetudine estrapolare termini immunologici — o sono stati gli immunologi a prendere a prestito i nostri? — la “memoria immunitaria” dell'aggressione subita può svolgersi in maniera diversa da caso a caso, sotto l'influenza di una infinità di fattori di cui, è noto, sono particolarmente importanti quelli relativi al primo sviluppo. C'è caso — e alcune delle osservazioni cliniche ce lo fanno pensare — che, come conseguenza di questa battaglia, non resti altro che quella “modificazione di biografia” di cui parla Wyrsch, negando l'ineluttabile deterioramento del post-schizofrenico, il Defekt postulato da Kraepelin.
Il libro è scritto bene, ed è pieno di sollecitazioni. La bibliografia è accurata, prevalentemente psichiatrica di tipo classico, ma comprende anche numerose voci psicoanalitiche. Peccato che, pur citando Winnicott, non sia stato recepito o, quanto meno, sottolineato ciò che è stato più significativo del suo contributo, in tema di psicosi, come di ogni condizione psicopatologica: vale a dire di studiare ognuna di queste — anche l'eventuale recupero a distanza — nel quadro di riferimento costituito dal processo maturativo (cioè dallo svi