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Questo scritto deriva da una comunicazione presentata al Centro Veneto di Psicoanalisi il 19 giugno 1982 con il medesimo titolo e provocata dal fatto che, in alcune analisi, avevo adoperato il veneziano anziché l'italiano.
Ricordo qui questo antefatto non solo per ringraziare i Colleghi, ma anche per sottolineare come — in precedenza — avessi pensato solo marginalmente al problema della lingua, nel corso di altre riflessioni sul ruolo che gioca la cultura o la subcultura di appartenenza, sia — beninteso — quella dell'analista sia quella dell'analizzando, nel corso di un trattamento (Semi, 1983). Oppure mi ero trovato a riflettere quasi a caldo, la sera, terminato il lavoro, sull'uso della variazione linguistica nel corso della seduta — sul passaggio dall'italiano al veneziano o viceversa, ad esempio — e sui significati che questa variazione in quella seduta lì poteva assumere.
Non avendo mai posto in primo piano il problema della lingua in quanto tale, mi sono trovato dunque a riflettere su una pratica e sui pregiudizi miei. Come al solito, quando si sta a riflettere, e si lasciano andare quindi le proprie associazioni, salta fuori qualcosa anche di esterno alla propria pratica clinica: mi scuserete perciò se andrò un po' divagando o, per dirla in veneziano, se andrò a bissaboa.
Quando ho cominciato ad usare il veneziano nella mia pratica professionale? Certo prima di diventare analista, nell'ambulatorio