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L'interesse principale del libro di Klauber, “Difficoltà nell'incontro analitico”, consiste, a mio parere, nella capacità dell'autore di renderci partecipi dello sviluppo della sua identità professionale, in parallelo al dibattito in seno alla Psicoanalisi stessa, come disciplina e come corpo istituzionale a partire dagli anni '60.
Questo iter è descritto in forma succinta dall'A. stesso nella introduzione, e si coglie fra le righe il suo profondo attaccamento allo spirito della psicoanalisi come ricerca della verità, che impronta anche — o almeno dovrebbe — lo sviluppo della identità personale.
In un certo senso il processo descritto potrebbe essere considerato come non solo l'evoluzione fisiologica di un'analista pensante che, negli anni '60-70 in Inghilterra, dopo essersi impossessato della teoria freudiana, si imbatte nelle teorie Kleniana e Bioniana.
Infatti, il bisogno di rivisitare i concetti, di modificare le certezze raggiunte e di rimanere accessibile anche a profonde trasformazioni, fa parte di una certa filosofia di fondo dello sviluppo della conoscenza.
Certo, essa riveste particolare significato nel nostro campo, poiché la formazione stessa della nostra identità è lastricata da continui cambi e scambi che coinvolgono non solo il nostro intelletto, ma pure le nostre “identificazioni”.
Klauber ci racconta con molta lucidità ciò che ha vissuto durante il suo iter professionale, nell'ambito di nuove formulazioni psicoanalitiche che hanno dato luogo, in taluni, a scontri con scissioni non metabolizzabili; a delle adesioni imitative od acritiche a una teoria in altri; mentre in alcuni altri ancora — tra cui penso si possa collocare l'A. — si è verificato un incontro critico delle novità con interazioni metabolizzabili e fonte di vitale creatività. Basti pensare a Winnicott come ad un esponente di quegli analisti che hanno dato contributi