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Credo che organizzare un congresso sia un compito ingrato: il risultato è sempre oggetto di molte critiche e per motivi opposti.
Legare ogni nostro congresso ad un'espressione artistica è diventata tradizione: da Freud in poi gli analisti hanno sempre amato e seguito l'arte, cercano di spiegarne il mistero, più spesso vi si abbandonano; sanno quanto è profonda l'intuizione dell'artista e sanno che è possibile solo stupirsene e, talvolta, tentare, a posteriori, di ripercorrerne la strada. In questo congresso si è spesso parlato delle sorgenti primitive da cui ha origine l'arte.
Questa volta Monachesi, cui siamo molti grati, ci ha fatto dono di una bella litografia che, “con i suoi colori freddi e ghiacciati ci regala più che un sogno il sentimento di un sogno” (Bellanova). La presentazione che Piero Bellanova ha fatto del lavoro di Monachesi è un'elegantissima, sorridente espressione di una fantasia che ha il coraggio della sua libertà. In quest'ultima settimana di maggio, a Milano, c'era una stupenda mostra di Egon Schiele, nella cui pittura molti di noi hanno potuto vedere una sofferenza che scarnifica i corpi fino a renderli forme contratte su cui la pelle si tende e si accende di macchie sanguigne e fa divergere gli occhi nei volti attoniti. La pioggia disturba chi vuole passeggiare ed ha impedito di consumare il cocktail inaugurale all'aperto, ma il cortile dell'Università, composto e armoniosissimo, grazie alla pioggia aveva una luce particolare nel tardo pomeriggio e, senza tavoli e senza analisti, ha mantenuto la sua splendida armonia.
Anche le piazze e le strade deserte di Milano bagnata avevano un fascino insolito per il visitatore. Vado un po' fuori tema, come parte dei congressisti; il fatto è che se da un lato è indispensabile un