You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Rischio di passare per un vecchio noioso, che non vuol prendere atto di punti di vista nuovi, recentemente maturati fra i giovani studiosi.
Ma non posso fare a meno di esporre i dubbi sorti in me ed offrirli alla meditazione dei colleghi.
Ognuno di noi psicanalisti, nel corso della propria preparazione e nell'approfondimento dei nostri studi, si è soffermato sulle considerazioni fatte da Freud in Al di là del principio del piacere (O.S.F. IX, pp. 200 e ss.) del 1920, sopra il suo nipotino di un anno e mezzo, circa il ben noto “gioco del rocchetto”.
Ciò che sopra tutto ci ha colpito è il carattere simbolico del rocchetto. La scomparsa e la ricomparsa dell'oggetto, come rassicurazione sulla esistenza permanente dell'oggetto primario, e cioè della madre.
Si tratta però di una scoperta suscettibile di essere estesa: dall'oggetto primario ad ogni specie di oggetto.
Le cose (gli oggetti materiali dunque) possono uscire dal campo visivo e continuare ad esserci, fuori da un tale campo; per cui la realtà è più vasta di quello che possiamo indicare come il nostro ambito sensoriale.
Perciò la persistenza dell'oggetto fuori dal campo visivo costituisce insieme la scoperta dello spazio: uno spazio certo non ancora infinito, come quello di cui trattano i matematici, ed anche non