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Se è vero, come oggi crediamo, che l'individuo non è il risultato automatico della sua combinazione genetica, ma è invece il risultato del suo sviluppo, vale a dire della sua interazione con l'ambiente in cui nasce e cresce, dobbiamo ammettere che la psicopatologia individuale cambia, così come cambia l'individuo umano, a seconda dell'ambiente socio-culturale in cui si forma (Rangell, 1975). Di fatto, l'epidemiologia della malattia mentale varia quantitativamente e qualitativamente da una società all'altra, e in una stessa società nel tempo, man mano che questa società cambia. La valutazione di queste variazioni è però molto difficile, perché richiede una descrizione “oggettiva” dei disturbi mentali visibili, così da consentire una loro catalogazione e una loro classificazione statisticamente usabili. Occorre cioè inventare una diagnostica statistica. L'esempio recente più cospicuo in questa direzione è il DSM-III della American Psychiatric Association (1980). Esso implica necessariamente una forte distorsione e la coercizione di una realtà per sua natura soggettiva, e perciò “astatistica”, per farla diventare oggettiva e capace di statistica, ma come dicono i curatori del DSM-III, “ateorica”. Ciò che conta è la descrizione di un determinato disturbo mentale, cosí come si manifesta, e supporre che debba manifestarsi cosí in qualunque individuo. “Un equivoco comuneavvertono;—” correttamente