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Nella introduzione al suo libro sulla supervisione analitica L. Grinberg (1975) ci rammenta la celebre frase che “governare, educare e analizzare sono mestieri impossibili”. Che dire allora della supervisione, dove la funzione analitica, quella educativa e quella di governo devono essere esplicate dalla stessa persona?
Il nostro discorso vuole essere soltanto una proposta di temi per la discussione che lasci il campo alle più diverse opinioni. Ma vorremmo fondarlo su un convincimento che crediamo sia comune a tutti noi: esso riguarda in senso lato la trasmissione del conoscere psicoanalitico di cui la supervisione è uno dei tre pilastri.
Tutti, credo, riteniamo che questa trasmissione non sia quella di una chiarezza al neon per dare all'allievo un bagaglio che finisce per aggirarne l'intelligenza e soprattutto l'immaginazione e per spiazzarlo nel contatto diretto col paziente. Si tratta sempre, come è stato detto, di educare un orecchio ad aprirsi sul segreto.
Quindi, il pericolo più grave è quello della ideologizzazione, che nel nostro caso si può descrivere come quell'uso di una teoria o delle teorie in cui la scoperta clinica diventa un discorso chiuso che ritorna su se stesso; qualunque teoria perde allora il suo valore come strumento di scoperta.
D'altra parte, come analisti, noi non possiamo scoprire nulla