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Giannitelli, con le sue stimolanti riflessioni, mi ha fatto ripensare alla riluttanza che manifestavo a proposito dell'uso della parola “interpretazione”, riferita ai miei interventi in seduta, suggerendomi che la stessa parola possa essere utilizzata in un'accezione più generale e non solo “di natura strumentale, incidentemente operativa”.
Gli sono grata di avermi offerto l'occasione di meglio precisare, in primo luogo a me stessa, il mio pensiero in proposito.
Sono del tutto d'accordo, naturalmente, sulla possibilità e anzi, necessità di arricchire di significatività il concetto di “interpretazione”, nucleo fondante del fare psicoanalisi e momento privilegiato che dà senso all'intero processo psicoanalitico: credo infatti che si tratti di un concetto multidimensionale, che può venire diversamente rappresentato in relazione al vertice da cui lo si osserva e che, comunque, si costituisce come un “evento”, a cui tende l'operare psicoanalitico.
Proprio per questa ragione, forse, oltre che per le incrostazioni e stratificazioni successive che l'uso frequente di questo termine nella letteratura psicoanalitica vi ha depositato, mi sembra che non sia parola da spendere troppo spesso, nel definire singoli atti della nostra ricerca e formulazione verbale di questa, al paziente o nella comunicazione scientifica clinica: il termine “interpretazione” mi appare infatti ancora troppo connotante qualcosa di concluso, dotato di autorevolezza e perentorietà; descrizione ultimativa di un evento già