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L'interesse della psicoanalisi per la personalità criminale è antico. Ricordo quel classico di criminologia psicoanalitica che è stato “L'impulso a confessare” di Theodor Reik insieme al fatto che è stato frequente l'impegno nel nostro paese in strutture pubbliche giudiziarie e riabilitative, soprattutto di giovani criminali, da parte di
psicoanalisti: anni fa era espressione consueta quella di “criminosi” per indicare l'insieme dei fenomeni psicopatologici che avrebbero dovuto caratterizzare la personalità criminale. Nel mondo giudiziario, nel nostro paese soprattutto, per antiche e solide tradizioni degli studi giuridici, non vi è stato particolare interesse, soprattutto nel passato, agli aspetti di indole psicologica e antropologica in senso moderno della figura del criminale: ed è un'eccezione degna d'essere rilevata la pubblicazione di G. Gulotta (Psicoanalisi e responsabilità penale. Giuffrè, Milano, 1973). Tuttavia l'impressione è che tali studi abbiano conosciuto una fase di stagnazione, dopo temporanee punte di maggiore entusiasmo: e credo anche nel mondo anglosassone, dove più continuo è rimasto l'interesse per gli aspetti psicologici, antropologico-culturali, psichiatrico-sociali della personalità criminale. Per questo il libro di Arthur H. Williams mi sembra essere il segnale di un risveglio di interessi specificamente psicoanalitici per questo, peraltro assai difficile, aspetto della psiche e del comportamento umani.
Il volume dello psicoanalista londinese raccoglie in diversi capitoli contributi diversi dell'Autore, che ha una lunga esperienza di rapporto psicologico con criminali nelle istituzioni giudiziarie. Il problema è individuare se esiste una costellazione psicologica della personalità caratteristica di chi ha commesso o potrebbe commettere un crimine e se esistono fattori specifici che favoriscano la messa in opera del piano criminale. Un attacco, dunque, ben portato alla radice del problema: né il lettore deve lasciarsi fuorviare da alcuni l