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“Nasciamo, per così dire, provvisoriamente, da qualche parte; soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo e ogni giorno più definitivamente”. (Rainer Maria Rilke — Epistolario — Lettere Milanesi).
Riflettendo sul tema del processo psicoanalitico mi sono trovato a pensare a queste parole di Rilke e, rileggendole, la memoria è andata a ciò che S. Freud scriveva a proposito del rapporto tra la poesia e la scienza: “I poeti sono … alleati preziosi, e la loro testimonianza deve essere presa in attenta considerazione, giacché essi sono soliti sapere una quantità di cose fra cielo e terra che la nostra filosofia neppure sospetta… poiché attingono a fonti che non sono ancora state aperte alla scienza”. (S. Freud, 1906).
Ne “La scomposizione della personalità psichica” ancora Freud nel 1932, a proposito degli “sforzi terapeutici” della psicoanalisi, aveva scritto che: “La loro intenzione è in definitiva di rafforzare l'Io, di renderlo più indipendente dal Super-Io, di ampliare il suo campo percettivo e perfezionare la sua organizzazione, così che possa annettersi nuove zone dell'Es. Dove era l'Es, deve subentrare l'Io. È un'opera di civiltà, come ad esempio il prosciugamento dello Zuiderzee”.
Confrontandolo con la “testimonianza” del poeta, il testo freudiano potrebbe apparire così formulato: la loro intenzione è la