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A dei bambini di un asilo nido, dai due ai tre anni di età, viene raccontata una favola: un'insegnante, diversa da quella che narra, osserva il gruppo dei bambini e il gioco di questi durante e dopo il racconto.
Successivamente gli insegnanti riuniti in gruppo discutono dell'osservazione con l'aiuto di un conduttore.
È di questa mia esperienza che vorrei parlare e delle riflessioni che mi ha portato a fare: in particolare mi ha colpito ed interessato l'utilizzazione particolarissima e diversissima, che veniva fatta di volta in volta dal gruppo, della medesima favola, come se questa fosse una costruzione data ai bambini che la smontavano per poi rimontarne i pezzi in modo assolutamente imprevedibile: quasi che, finito il racconto, attraverso, il gioco, riscrivessero delle nuove favole, dei nuovi testi capaci di contenere e di descrivere i movimenti emotivi del gruppo in quel momento.
Mi son sentito autorizzato a parlarne per quanto ricordano Lina Generali e G. Ferrara Mori (1980) a proposito dell'osservazione madre-bambino, e che credo possa valere anche per questo tipo di osservazione del gruppo di bambini, quale l'ha anche proposta Meltzer in un seminario in Istituto a Milano.
Dicono L. Generali e G. Ferrara Mori: “è evidente che l'osservazione diretta dell'interazione madre-bambino, non è psicoanalisi, ma tutta l'esperienza della osservazione, in particolare per le caratteristiche del tipo di ‘ascolto’, per il ‘non agire’, pur con la