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Il lavoro analitico con alcuni pazienti adulti e bambini che presentavano una tematica centrata sul desiderio di sapere, mi ha messo a confronto con esperienze molto primitive della mente, preverbali. Ciò mi ha indotto a riflettere sul fatto che il pensiero per svilupparsi debba poter poggiare sulla costituzione di un apparato per sentire, nel senso di provare emozioni e sentimenti, e che questo comporti la messa in funzione ed acquisizione di vari e complessi strumenti per rappresentarsi l'esperienza emotiva. Tale apparato sembra costruirsi a partire da esperienze legate al corporeo, al movimento, alla “kinesis”.
Numerose esperienze con bambini mi hanno più volte riproposto come l'uscita da stati mentali psicotici attraversi esperienze che hanno a che fare col ritmo. Solo in questo modo questi bambini sembrano uscire dal mondo del meccanico e dell'inanimato per accedere all'esperienza emotiva vitale; possono iniziare a riorganizzare il caos che li tormenta.
Sono state queste osservazioni che mi hanno indotto a riflettere sul problema del ritmo.
L'analisi di L. sembrava procedere soddisfacentemente. Il paziente era assai collaborante, portava sogni, associava e faceva notevoli progressi. Ad un certo punto però l'analisi sembrò giungere ad un