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Questa domanda nasce dal compito, a prima vista impossibile, richiesto all'analista: essere un lucido ed imperturbabile ricercatore di verità e nello stesso tempo entrare in relazione empatica con il suo paziente.
Il primo compito presume la neutralità, il secondo il coinvolgimento emotivo, la partecipazione, tanto più da quando (ed oggi più che mai) tendiamo tutti a porre l'accento sull'importanza della “relazione analitica”.
La neutralità richiama il precetto ad essere specchio, o attaccapanni che è nessuno e tutti, a perdere quindi il più possibile l'identità di persona umana per assumere quella di analista oggetto inanimato che le metafore specchio ed attaccapanni evocano.
La relazione, invece, presume il formarsi di una coppia e l'assunzione, anche se mutevole, di un ruolo e quando si assume un ruolo non si può essere ne-uter né questo, né quello, né maschio, né femmina… ma, sia pure alternativamente, è necessario essere questo… o essere quello.
Del resto anche la valorizzazione del controtransfert avvenuta negli ultimi anni, presuppone che l'analista, per poter comprendere e interpretare, viva il ruolo che il transfert del paziente gli attribuisce.
Il problema quindi di come debba configurarsi il ruolo dell'analista nell'analisi è tutt'altro che semplice. C'è chi pone l'accento più sulla neutralità, chi più sulla relazione, sotto la spinta — desidero