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Queste riflessioni sorgono dall'osservazione e graduale presa di coscienza del comportamento che in seduta mi sono più volte trovata ad avere e che mi sembra di avere riscontrato anche ascoltando colleghi che espongono la loro esperienza clinica o leggendo resoconti, storie o stralci di vicende analitiche.
L'allargamento di campo della ricerca analitica, che ha portato a un'attenzione crescente non solo ai contenuti dell'interpretazione, ma anche alle modalità, ai presupposti, ai sistemi di riferimento entro ai quali l'interpretazione si colloca, ai “vertici” dai quali si origina e che tra l'altro ha portato alla precisazione del concetto di timing, oltre che all'attenzione per gli aspetti non verbali della comunicazione, è stato indubbiamente lo stimolo principale a prendere in esame e a interrogarmi sul come, concretamente, mi trovo a operare, nell'hic et nunc della seduta: in quella posizione in cui, cercando di tenere distanti memoria e desiderio, in assetto mentale più recettivo e aperto, che volontaristicamente mirato (secondo la prescrizione freudiana dell'attenzione fluttuante), mi trovo, di fatto, ad agire un certo comportamento analitico: il restare silenziosa, o intervenire, e quando, e su che cosa, e come.
In questo concreto comportamento, quanto scelgo e quanto invece sono scelta?
Scelgo col pensiero, sorretto dalla teoria e dall'esperienza, quello che mi sembra il comportamento più opportuno e adeguato, oppure sono scelta dal materiale emerso e sollecitata, indotta quasi inconsciamente ad assumerlo?