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Leggere un testo è sempre un combattimento con l'angelo. Perciò Almansi offre ai lettori l'unica ricetta che può salvarli da una fine miseranda: l'amica ironia. Di ciò è talmente convinto che è moralmente costretto (almeno con una parte del suo divided self) ad allearsi anche al combattente che legge il suo libro. Ed egli va anche oltre, fino a sostituirsi, nel suo slancio salvifico, al lettore. Lodevole intenzione. Ma viene un dubbio, anzi due: il primo è che egli lo faccia per la sua convinzione che, comunque, i lettori ne escono sempre sconfitti; il secondo dubbio è che, dato che anche l'angelo ci rimette le penne nella lotta con Giacobbe, egli preferisca non esporsi al combattimento con il lettore, presentandogli già un combattimento prefabbricato in cui la lotta si svolge fra due parti rappresentate entrambe dallo scrittore stesso: facendo quindi tutto da solo.
Ma non in maniera palese, come nella classica forma del Dialogo (non per nulla Almansi rifugge — e mette in guardia il lettore — dal classificare in alcun modo il “genere letterario”).
Ora si sa che le lotte (interpersonali) sono spesso, massime nell'adolescenza (e l'adolescenza prolungata o addirittura permanente è caratteristica della nostra epoca), erotizzate o erotizzabili e che come tali — ivi comprese naturalmente quelle tra persone dello stesso sesso — possono essere di grande utilità nel passaggio dal mondo autoerotico a quello relazionale, in cui si riconosce che l'oggetto d'amore è essenziale per la soddisfazione del proprio bisogno: ciò