You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Penso che il libro di De Marchi costituisca una lettura di notevole interesse per tutti gli psicoanalisti poiché affronta in maniera brillante e molto stimolante il tema della morte che dal 1920 fa parte integrante della teoria psicoanalitica. La tesi portante del libro è la seguente: ad un certo punto lungo il suo cammino evolutivo, la scimmia umana è diventata conscia del proprio destino di morte e questa consapevolezza ha costituito il trauma primario.
L'uomo ha esercitato contro l'angoscia che ne è derivata la più antica e la più grave forma di rimozione ed ha organizzato un insieme di difese: religiose (il cui fallimento si è espresso con il giungere a sviluppare il terrore della dannazione eterna e con i millenarismi apportatori di tante sofferenze), politiche (con i novi millenarismi nazi-fascisti e comunisti), demografiche ed economiche, filosofiche, psicologiche (fra le quali si colloca l'opera freudiana prima considerando l'ansia per la morte secondaria e poi con l'istinto di morte). L'analisi proposta dall'Autore mira a chiarire i meccanismi fondamentali di elaborazione dell'angoscia di morte. In primo luogo la trasformazione dell'ansia in comportamenti aggressivi o di fuga; altro meccanismo è la percezione della morte come una punizione per una colpa più o meno oscura (sarebbe questo il senso di colpa primario e non quello derivato dal mitico parricidio). Da questo senso di colpa l'uomo ha cercato di difendersi con dei meccanismi di tipo masochistico-espiatorio (la rinuncia alla gratificazione sessuale ad esempio) o di tipo distruttivo paranoicale comportanti la proiezione negli altri della propria colpa primaria e della minaccia di morte ad essa associata. De Marchi giunge alla conclusione che la cultura umana è sempre stata carica di tossine distruttive ed autodistruttive non perché poteva nascere e tramandarsi solo attraverso una repressione nevrotizzante della sessualità o perché l'uomo era biologicamente autodistruttivo né perché sono stati perduti i