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Se una persona in analisi chiede ripetutamente di volere incontrarsi con un uomo, piuttosto che con uno psicoanalista, noi siamo autorizzati a pensare che egli voglia sottrarsi a qualcosa, la funzione psicoanalitica forse, o quel vissuto trasferale accesosi nelle sedute appena trascorse. Forse è meglio dire che siamo stati autorizzati a farlo fino a quando non ci siamo resi conto di quanto la relazione che si stabilisce in psicoanalisi sia così ricca e complessa da non essere più descrivibile nei termini dei modelli tradizionali. Secondo questi l'analista si presta “a fare la parte” di un personaggio già noto al paziente con il quale egli nell'analisi torna a vivere una trascorsa vicenda; l'analista, realizzato questo ne informa il paziente: il paziente, saputo questo, si meraviglia e si rende conto dell'abbaglio, mentre progressivamente introietta la capacità discriminante tra la fantasia e la realtà che l'analista gli ha mostrato. Alla fine cala il sipario e l'analista si toglie i panni di scena. Non è previsto che il paziente parli all'analista al di fuori della finzione trasferale. Ma qualcuno tra i pazienti chiede d'essere ricevuto “al di là delle parole” e al di là della ripetizione, da quell'uomo con il quale si incontra quattro volte per settimana. Non intendo che voglia uscire dal setting: ma che chiede qualcosa che sia fattibile dall'analista nella situazione psicoanalitica al di fuori della ripetizione nel transfert delle vicende già vissute. Non credo che possiamo rifiutarci di prendere in