You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Il processo analitico è un processo di comunicazione. A questo occorre però subito aggiungere che si tratta di un caso molto particolare di comunicazione, che mi richiama alla mente la possibilità di pensare l'analista come Prometeo. Non tanto Prometeo come lo vede Freud (1929), che esprime il rancore dell'umanità contro l'eroe della rinuncia pulsionale e della civilizzazione, ma direttamente il Prometeo di Eschilo, inventore di quel tipo di comunicazione che è l'interpretazione. Ascoltiamo dunque Eschilo: “Ho reso gli uomini, che prima erano sciocchi, assennati e padroni delle loro menti… prima vedendo vedevano invano, udendo non udivano, ma simili ad immagini di sogni mescolavano a caso tutte le cose durante la loro vita… per primo sceverai dai sogni quelle cose che bisogna diventino realtà, feci conoscere i segni, per essi difficili a discernersi, e gli indizi che si incontrano lungo la vita” (vv. 443-491), anche se il coro lo accusa “sviato di mente vai errando…” e lo rimprovera della sua eccessiva pretesa.
Tra le cose mescolate a caso dalla vita, ci sono il passato e il presente, come dire gli oggetti interni e la realtà: mentre l'analista dimostra la stretta mescolanza tra passato e presente, non ne sottolinea anche la distinzione, e non rimette ordine nella confusione? Impresa che potrebbe essere, come quella di Prometeo, impossibile? In qualche senso, conoscere veramente il proprio passato non è solo lo scopo del lavoro psicoanalitico, ma forse della vita umana. Non è il compito della storia? Dare un senso storico alla vita dell'individuo