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Oggi sembra che anche molti psicoanalisti abbiano scelto di utilizzare modelli anziché teorie. John Rickman, già nel 1951 in “Methodology and research in psycho-pathology” (British Journal of Medical Psychology, 24, 1-7) parlava della necessità “di accordare modelli” (to match patterns), tenendo presente che “il modello cambia nel tempo”. I modelli sono più agili, limitati, e sono fungibili senza traumi. Il passaggio dalla teoria al modello deriva con ogni probabilità dall'aver accettato che ogni teorizzazione è solo una approssimazione alla realtà, valida per un certo ambito e per certe finalità. Questo modo di pensare reca con sé un corollario: l'idea che le nuove concezioni della realtà psichica, emerse dalla psicoanalisi più recente, non significano che le visioni del passato siano necessariamente sbagliate. Farsi sedurre in maniera esclusiva dal nuovo è sempre un segno di insicurezza e di superficialità. Faccio due esempi: l'interesse, di per sé auspicabile, nei confronti della teoria psicoanalitica delle relazioni oggettuali, se giunge a obliterare l'importanza della vita pulsionale crea forti limitazioni di prospettiva. Così l'eccesso di rapimento per la pur fondamentale scoperta della Klein concernente l'oscillazione tra posizioni schizo-paranoide e posizione depressiva, può indurre ad