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Quando Melanie Klein nel 1946 introdusse il termine identificazione proiettiva per descrivere certe caratteristiche di alcuni stati mentali psicotici non si rese conto subito che con quella scoperta si era aperta la conoscenza non solo di una nuova regione della clinica e teoria psicoanalitica, ma piuttosto di un nuovo mondo, quello delle identificazioni narcistiche, di cui l'identificazione proiettiva patologica era la componente più vistosa e quindi la prima evidenziabile. Tutto ciò malgrado la descrizione dell'identificazione proiettiva, perlomeno quella tipica dei gravi stati psicotici, avesse avuto tutta una sua preistoria nella clinica e teoria psicoanalitica degli anni precedenti. Se ne possono trovare radici nell'interesse di Freud per la proiezione, presente fin nella sua corrispondenza con Fliess , nell'affermazione, in Pulsioni e loro destini , che essa è una manifestazione del “linguaggio dell'istinto orale”, fino alle notazioni sull'identificazione narcisistica in Lutto e melanconia , come pure alle considerazioni sull'omosessualità in Leonardo da Vinci o nello studio delle proiezioni deliranti di Schreber .
Importante per la cronologia dello sviluppo del concetto è anche l'individuazione da parte di Victor Tausk di una identificazione tramite la proiezione descritta nel 1919 in: Sulla genesi della “Macchina influenzante” nella schizofrenia (In Tausk V.: Scritti psicoanalitici, Astrolabio, Roma 1979).
Tuttavia, malgrado la scoperta fosse nell'aria, come si usa dire, e sempre nuove osservazioni cliniche si accumulassero in attesa di un loro contenitore concettuale, solo con il lavoro della Klein fu fornito un utile strumento alla pratica clinica e alla riflessione teorica.
Questo fu fatto prima più timidamente, in nuce, durante le cosiddette “Discussioni controverse” svolte nel 1943-44, specie nel