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L'attenzione alla forma del discorso dell'analizzando costituisce una costante nella storia dello sviluppo della nostra scienza ma, come spesso capita agli argomenti imparentati con la tecnica, una costante spesso data per scontata.
È mia intenzione tentare qui l'analisi di un tipo di discorso particolare — che chiamerò discorso iperbolico — per cercare di capirne i possibili significati psicologici.
In primo luogo, cercherò di definire l'oggetto di questa analisi: cercherò perché, nonostante la parola iperbole abbia un significato abbastanza chiaro, una definizione soddisfacente d'essa non è stata ancora data. Non ne farò tuttavia una questione di teoria della retorica: il nostro problema, infatti, essendo centrato sul discorso, è piuttosto un problema di oratoria, sicché si può concordare con Quintiliano quando (Lib. IX, Cap. I) pone in primo piano la questione dell'effetto: “sicut homines si aliud acceperunt quam quod habuerant nomen, iidem sunt tamen: ita haec de quibus loquimur, sive tropi, sive figurae dicentur, idem efficient” (1). Mi limiterò a ricordare, dunque, con Perelman e Olbrechts-Tyteca (1958), come l'iperbole non possa essere semplicemente intesa come “argomentazione per eccesso” ma, più specificamente, come una argomentazione che inserisce il concetto da enunciare o da sottolineare all'interno di una serie, della quale vien detto un termine differente da quello pensato,