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Il fatto che il terminexs “setting” abbia acquisito un suo statuto scientifico, laddove nella lingua inglese, da cui deriva, è una parola d'uso corrente che vuoi dire “delimitazione”, “ambito definito”, fa sì che esso esprima un concetto sfuggente, paradossalmente poco delimitabile, eppure necessario.
È sorprendente la difficoltà che si incontra a reperire questa voce nei vari indici analitici, e non la si ritrova affatto in alcun dizionari di psicoanalisi (Laplanche e Pontalis, 1967; Rycroft, 1968) Spesso, in particolare tra gli autori anglosassoni, si preferisce usare espressioni quali “procedure pratiche” ed elencarle una per una, oppure “situazione psicoanalitica”, che però non può essere considerata un sinonimo giacché il setting è parte di essa ma non la esaurisce (Bleger, 1967; Turillazzi Manfredi, 1979). Si spazia, cioè, tra un'accezione riduttiva, di meri accorgimenti tecnici per quanto imprescindibili, ed una tanto estensiva da disperderne la peculiarità. Conviene quindi assumere, come punto di partenza, una definizione molto generale, più vicina forse all'encuadre degli argentini o al cadre analytique dei francesi, che stanno ad indicare l'insieme delle condizioni formali e contrattuali che fanno da cornice al lavoro analitico, rendendolo possibile in un ambito spazio-temporale definito.
Come è noto, Freud aveva rinunciato ad una trattazione esauriente e sistematica della tecnica analitica, riservandovi alcuni brevi ed agili scritti su argomenti specifici, oltre a riferimenti fugaci sparsi in più opere. Tuttavia, fin dall'inizio è possibile rintracciare, in