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Per parlare a un convegno (1) in modo poco soporifero sul tema dell'abuso di sostanze, un giorno che non sapevo a che santo votarmi, sono stato aiutato dal Santo Bevitore, che Joseph Roth (-1939), esule a Parigi, scrisse poco prima di morire, minato dall'alcool e da altri tossici dei quali ancora ci ricordiamo; negli anni trenta vi furono annate di ottima produzione. Roth dunque conosce bene i temi del bere, dell'esilio, della persecuzione e dell'assistenza che può essere l'aspetto complementare della persecuzione.
Il racconto comincia così:
“Una sera di primavera dell'anno 1934 un signore di età matura scese gli scalini di pietra che da uno dei ponti della Senna conducono alla riva del fiume. Là sono soliti dormire, o meglio accamparsi, i vagabondi di Parigi, cosa nota quasi a tutti, ma che pur merita ricordare…”.
Ecco dunque un uomo maturo prendere una petrosa via in giù, verso un fiume, Acheronte o Lete, dove si dorme. Tutto allude alla regressione. L'uomo maturo è descritto come un turista che guarda le bellezze della città straniera e osserva il clochard, protagonista della novella, che gli appare “degno di una speciale attenzione; il perché non si sa”. Il signore è vestito bene, ha il passo sicuro; ferma il vagabondo: — “dove va, fratello?” — “non sapevo di avere un fratello