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Mentre pensavo al tema “Epistemologia e psicoanalisi” mi è tornato in mano del materiale legato ad un episodio da tempo dimenticato, episodio concatenato in una serie di eventi che vi propongo come spunto, se volete di colore, per accennare a qualche modesta riflessione volta a definire con quale ricerca storico-epistemologica ci interessi il confronto.
Correva dunque l'anno '78 quando un mio caro amico d'infanzia, uomo di rilievo nella sinistra avanzata, mi annunciò che era stata smascherata e denunciata la funzione “poliziesca” della psicoanalisi nell'ambito della repressione borghese contro l'individuo. Nell'occasione egli mi regalò affettuosamente una copia della “Rivista di storia contemporanea” (R.S.C.) ove era pubblicato l'articolo di Ginzburg (1977) intitolato “Spie, radici di un paradigma scientifico”. Io ero già al corrente del lavoro, ma non l'avevo mai avuto materialmente per le mani. Lessi l'articolo con l'interesse che mi consentì di riconoscerlo, malgrado i cambiamenti, quando lo ritrovai l'anno successivo nella “Critica della ragione” (C.D.R.) la ben nota antologia edita da Einaudi.
Tra le due versioni del lavoro di Ginzburg notai differenze degne di qualche attenzione, e non solo nel nuovo titolo di C.D.R.: “Spie, radici di un paradigma indiziario”. Il filo conduttore del discorso è più o meno invariato. Verso la metà dell'800 compaiono tre medici che dall'abitudine alla semeiotica traggono spunto per escogitare metodi indiziari da applicare alle condizioni sociali che stavano mutando.