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Nel 1946, poco tempo dopo il mio ritorno in Italia dall'India, io assunsi un incarico presso quello che era allora l'Alto Commissariato per la Sanità, e che poi divenne Ministero.
Un giovane medico, che mi disse di chiamarsi Eugenio Gaddini, venne a trovarmi al Palazzo del Viminale. Aveva assunto da poco la direzione di un Ospedale romano della Croce Rossa, al Forte Aurelio.
Il dottor Gaddini mi comunicò che si era avviato agli studi di medicina dopo un esordio non trascurabile nel campo letterario. Nella sua esperienza ospedaliera — mi disse — si era varie volte convinto che parecchi pazienti erano in realtà dei nevrotici, o si trattava di casi attinenti alla medicina psicosomatica. Aveva perciò cominciato a occuparsi di teoria e di possibile terapia delle psiconevrosi, e aveva letto parecchi libri e saggi di psicoanalisi — a cominciare naturalmente da quelli di Freud. Poco a poco, si era maturato in lui il proposito di diventare psicoanalista. Ma già allora, la sua serietà e la sua consapevolezza gli avevano dettato il comportamento da seguire. Per diventare analista — aveva ben compreso Gaddini — era necessario in primo luogo essere analizzati. Gaddini conosceva il mio nome, e aveva apprezzato qualche mio scritto. Mi chiese, perciò, di assumerlo in analisi.
In quei tempi, le regole del training erano molto più semplici delle attuali — anche se fra i pochissimi analisti qualificati che esistevano in Italia c'era chi sapeva che un'analisi — anche se si trattava di applicarla a un medico intelligente e colto come Eugenio