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Tempo fa, nella prima estate, ho trasferito il mio studio.
Mentre lo studio vecchio era un appartamento a sé, anche se nello stesso palazzo dell'appartamento in cui vivevo, il nuovo è invece in diretta comunicazione con il resto della casa, sebbene si entri da una porta distinta e la dislocazione consenta isolamento e tranquillità.
Naturalmente, tutti i pazienti erano stati informati con largo anticipo di questo spostamento, sia pure senza che io potessi precisare la data; ma poi motivi indipendenti dalla mia volontà mi avevano costretta ad accelerare i tempi. Ricordo la domenica del trasloco, in cui cercavo con molta difficoltà di riorganizzare lo spazio della stanza rapidamente, affinché fosse pronta la mattina successiva a ricevere pazienti.
Avevo potuto conservare gli stessi mobili e gli stessi soprammobili, ma era impossibile ricostituire le posizioni: la finestra, che nella situazione precedente avevamo di fronte, ora era alle spalle e quindi le luci e le ombre risultavano ribaltate; se prima la mia poltrona era spostata lievemente sulla destra dietro al divanetto, ora era lievemente a sinistra; ed infine, la dimensione più piccola della stanza aveva ravvicinato le distanze.