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Il concetto di lavoro mentale, concetto non molto antico nel pensiero occidentale, dal momento che fu Hegel soltanto che allargò l'accezione del termine parlando per primo di lavoro spirituale accanto a quello materiale, attraversa tutta l'opera di Freud.
La psiche contiene pulsioni, fantasie, emozioni; processi primari e secondari; sogni e pensiero. Tutte queste attività avvengono attraverso lo svolgimento di un lavoro; il lavoro della mente ne è anzi una caratteristica fondante.
Dagli “Studi sull'isteria” ad “Analisi terminabile ed interminabile” il termine è da Freud estesamente e continuamente impiegato: lavoro psichico, lavoro del sogno, lavoro del lutto, elaborazione psichica, elaborazione terapeutica.
La particolare applicazione del concetto di lavoro di cui tratta questa nota compare per la prima volta negli scritti sulla tecnica, nella pagina terminale di “Ricordare, ripetere e rielaborare” (Freud, 1914).
Dovevano essere molti gli analisti entusiasti e ferventi di quegli anni che ruminavano la loro delusione di fronte alla caduta del sogno dell'illuminismo psicoanalitico: perché una volta riconosciute le resistenze e interpretati i contenuti, sollevano, cioè, il velo sull'inconscio i pazienti non guarivano? C'è un interessante scambio epistolare fra Freud e Abraham che riguarda questo problema. In una lunga lettera del gennaio 1908, Abraham fa quella che si potrebbe definire una richiesta di supervisione a Freud su di un gravissimo caso di nevrosi