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“The teacher affects the eternity, he cannot know where his influence stopped”. Non so dove ho letto questi versi, non so chi li ha scritti. Mi sono venuti in mente all'improvviso mentre pensavo ad Eugenio Gaddini.
Non sopportava che non si sapesse l'inglese. Non lo sopportava fino al punto di negare che molti di noi non lo sanno. Io, che sono stata la sua prima allieva, ho cominciato a studiarlo perché non avevo cuore di dirgli che non lo sapevo. Allo stesso modo era molto rigoroso rispetto ad un mucchio di cose che tutti noi dovevamo sapere. Era un maestro così antico e paziente nel ripetere, nel rispiegare da capo ogni volta, che tu non potevi non imparare, anzi non potevi non avere già imparato.
La sua semplicità e la sua chiarezza ci sembravano naturali: la verità è che nessuno di noi ne è mai stato capace. Se aveva carisma ne faceva un uso del tutto innocente. Il tono pacato e quasi “talmudico”, della sua voce sembrava indottrinante, ma ti lasciava sostanzialmente libero.
Aveva scelto di essere uno psicoanalista, ma nel salotto amico scoprivi subito che era uomo di rara cultura e conversava di tutto con indimenticabile amabilità, perché era attento all'altro, capace di silenziosi ascolti.
Ha scritto una manciata di lavori tutti “tremendamente” essenziali, distillati delle molte cose che aveva pensato (era uno che pensava prima di scrivere), inimitabili nella perfezione della lingua: