You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
“Dalla psicoanalisi il teatro si potrebbe attendere un qualche tipo di sapere che lo interessi e, in definitiva, un certo svelamento
dei suoi segreti. Ma è pur certo il contrario: il teatro stesso è un dispositivo conoscitivo molto articolato mediante il quale si realizza una forma di conoscenza psicologica dell'uomo… Ha forse la psicoanalisi da apprendere dal teatro più di quanto ha da insegnargli?”.
Fin dall'introduzione, con queste parole semplici ed eversive, Fausto Petrella dichiara il senso del suo saggio “La mente come teatro. Antropologia teatrale e psicoanalisi”: una rinuncia ed una presa di distanza esplicita dal vecchio criterio di psicoanalisi “applicata”, in cui lo strumento interpretativo veniva impiegato dal di fuori, per “spiegare” l'opera d'arte, l'autore nella sua biografia ipotetica o il personaggio nella sua biografia immaginaria.
Viene proposto, al contrario, un approccio più arduo e complesso; una concezione dinamica e relazionale della mente in cui l'abbandono dell'egemonia interpretativa psicoanalitica viene sostituito dalla reciprocità. Una reciprocità che — lo sappiamo — si configura come la dimensione più autentica della vicenda psicoanalitica: quella del rapporto, in un gioco continuo di simmetrie ed asimmetrie, illuminazioni e riflessi.
Della mente parliamo in termini teatrali — dice l'autore — ma il teatro stesso è un dispositivo psichico specifico, nel quale si esteriorizza in una vertiginosa autoscopia la mente dell'uomo.
Se dunque l'interesse di una certa psicoanalisi dell'arte era rivolto soprattutto ai testi della letteratura drammaturgica e alla vicenda messa in scena, Petrella preferisce invece rivolgersi al “come” del teatro, al dispositivo della rappresentazione piuttosto che al suo contenuto.
D'altronde, noi sappiamo bene quale irreparabile monotonia interpretativa ci riservi un esercizio unidirezionale, condotto senza remore fin nei livelli più profondi ed arcaici: non lo svelarsi del mistero più intimo o la chiave di arcani seg