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Nel linguaggio comune le parole ‘individuo’ e ‘gruppo’ stanno ad indicare due dati empirici, ‘oggettivi’, dell'esperienza umana, che si collocano, però, in due diversi ordini di rappresentazioni mentali. L'individuo è una ‘cosa’, un oggetto definito dalla nostra razionalità in termini di spazio, di forma e di tempo, mediante i quali vengono distinte le sue costanti (l'identità di ciascun individuo) rispetto alle sue variabili espressive e a quelle legate al suo crescere, al suo riprodursi e al suo deperire. Il gruppo, al contrario, non è un oggetto della nostra percezione sensoriale, perché questa ci dice qualcosa solo dei singoli individui, ma non dei legami che qualificano il loro aggregarsi all'interno di quell'insieme particolare che chiamiamo ‘gruppo’. Questo, inoltre, non ha alcun carattere di costanza, né alcun confine oggettivamente definibile, non cresce, né si riproduce, né deperisce secondo ‘leggi naturali’, cioè secondo regolarità o ricorsività, e ogni sua parte può separarsene, in ogni momento, per recuperare la sua piena autonomia.
L'esperienza ci dice ancora che non può aversi un gruppo senza che ci sian degli individui, e non viceversa, e ciò induce una connessione logica tra questi due eventi nell'ordine dell'anteriorità o della causalità: come l'atomo è stato a lungo concepito come l'ultima particella elementare della materia, non ulteriormente scomponibile, e dotata di sue energie aggregative e ripulsive in virtù delle quali si fanno e si disfano tutte le cose