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Era finita da poco la guerra, quando vennero a trovarmi, separatamente, tre giovani studenti universitari, provenienti tutti e tre da Roma, dove erano stati compagni di scuola, di Liceo, al collegio dei Gesuiti in Piazza dei Cinquecento, davanti alla stazione.
Venivano a Milano per motivi vari. Ma anche perché pensavano di aver bisogno (per ragioni differenti tra di loro) di una terapia analitica (di cui allora si cominciava a parlare più frequentemente), e avevano saputo di me, professore di psicologia nell'Università di Milano, che mi occupavo di Psicoanalisi.
Degli altri due non ho ragione di parlare qui. Ma con loro c'era Francesco Caracciolo. E con lui ho iniziato una analisi.
Era gentile ed affettuoso, oltre che una persona di non comune intelligenza. Mi ci sono affezionato, così come si è affezionato lui a me, secondo quanto accade in analisi.
Però l'analisi… non andava bene.
Non andava bene, perché eravamo due personalità molto diverse.
Io uno psicologo sì, ma proveniente da studi prima di matematica e poi di psicologia sperimentale. La mia base di formazione era scientifica. Positivista no, non sono mai stato. Anzi mi è sempre piaciuto l'esame critico dei procedimenti scientifici, e cioè quella che oggi si indica come epistemologia. Ma…