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Questo articolo è nato da una ricerca sulla natura del dolore gaddiano e sui modi della sua elaborazione, come sono espressi, in particolare, in due suoi romanzi, Quer Pasticciaccio brutto de Via Merulana (1957) e La Cognizione del Dolore (1963).
Nello studio di questo rapporto tra nucleo dolente e sua elaborazione nel linguaggio, mi sono riferita anche all'autoanalisi che Gadda compie in alcuni suoi saggi (in particolare quelli raccolti in I Viaggi, la Morte, 1958).
La struttura del testo gaddiano, e il suo singolarissimo stile, in che rapporto sono col nucleo doloroso che pare il primo movente del suo scrivere? Sono funzioni di un approfondimento cognitivo, e di una efficace elaborazione, oppure costituiscono una sorta di piramide, di cattedrale linguistica che fallisce nell'intento liberatorio e lascia immutato il vissuto da cui scaturisce?
Mi sono rivolta alla lettura della critica gaddiana usando come griglia questi interrogativi, e trovando dunque rispetto ad essi alcune prese di posizione.
La prima, di derivazione continiana (G. Contini, 1934; 1963) riconosce una funzione terapeutico-liberatoria alla comicità erudito-plebea nella quale la sindrome dolorosa si cura, sbizzarrendosi e inarcandosi nell'invenzione espressionistica del linguaggio.