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Il volume di Enzo Morpurgo raccoglie scritti che vanno dal 1970 al 1984, in buona parte altrove già pubblicati, alcuni già letti, ma inediti, altri scritti per questa occasione. Occasione di esplorare e delimitare l'ampio, controverso e travagliato campo della cura del male psichico con strumenti psichici e quindi con la presenza e l'ascolto di un essere umano che abbia deciso di assumersi tal compito.
E forse giunge a proposito questo frutto di una ben lunga esperienza di psicoanalista e psicoterapeuta, quale quella di Morpurgo, in un momento travagliato, come l'attuale, nel quale la collettività è malamente esposta ad ogni sorta di pericolosa improvvisazione e speculazione nello specifico campo della cura psicoterapeutica della sofferenza umana.
Già la bella introduzione di Roberto Guiducci riassume ed anticipa i temi che il libro poi sviluppa: dei rapporti tra psicoanalisi e marxismo, del senso della malattia psichica e della sua cura, dell'impegno etico e della responsabilità. Facendoci risentire, e ormai è diventato raro, un piglio sociologico insofferente degli ordini di allineamento.
Il libro è diviso in quattro parti. La prima, dedicata alle osservazioni più generali sull'impianto della psicoterapia, esplora il territorio filosofico. La seconda il territorio storico, e quindi i rapporti tra la psicoanalisi e la sinistra in Italia. Questa parte racconta anche di una esperienza particolare, condotta appunto dall'Autore in cooperazione con altri: si tratta del consultorio popolare di quartiere di Niguarda, a Milano. La terza parte si sforza di definire il territorio ed i confini della psicoterapia e si estende in una quarta parte che esplora il territorio della malattia, il suo incontro con la psicoterapia e i più recenti sviluppi del rapporto paziente-terapeuta.
Benché gli scritti siano guidati, secondo l'espressione