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Questa interessante e complessa raccolta di saggi ci viene proposta da un sociologo, Cavicchia Scalamonti, che però, programmaticamente
non ha voluto limitare ad un unico approccio il discorso intorno al tema della morte. Per cui accanto ai contributi sociologici di Julien Freund, di Berndt Gustafsson, di Robert Blauner, compaiono quelli di taglio filosofico di Max Scheler e di Vladimir Jankélévitch e quelli — con diverse sfumature e competenze — di taglio più specificamente storico di Franz Borkenau, Ninian Smart, Arnold Toynbee. Non poteva mancare, infine, l'approccio psicoanalitico, rappresentato qui dal saggio di Maurizio Abbadi “Sulla morte: note psicoanalitiche su di una fantasia chiave” e da quello di George K. Krupp — uno statunitense legato alla tradizione di antropologia psicoanalitica di Géza Róheim — “La reazione al lutto: un caso speciale di angoscia di separazione”.
Nell'affrontare l'impegnativa lettura di questo volume, non credo che oggi possiamo essere così ingenui da pensare che l'insieme delle teorie psicoanalitiche fornisca una chiave di lettura atta a svelare il senso di tutti i comportamenti umani. Eppure la consuetudine quotidiana con la psicoanalisi finisce col renderci prigionieri e col restringere in qualche modo il nostro pensiero, offrendoci un filtro nella comprensione della realtà. Mi pare di essere caduta in questa trappola leggendo, da analista, “Il ‘senso’ della morte” e me ne scuso con l'autore e con i lettori.
Attraverso il suo saggio e la scelta dei lavori di altri autori Cavicchia Scalamonti segue e fa seguire al lettore il suo percorso interno che è poi il percorso degli interrogativi, dei dubbi e della soluzione che gli esseri umani incontrano nel corso della vita. L'animale uomo ha il senso del tempo, l'angoscia del futuro, la consapevolezza della morte; talvolta, non sempre, il senso della solitudine. Le differenti culture hanno fornito sistemi diversi per rispondere a questi problemi. Le società più primitive offrono a ciasc