You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Il film La messa è finita in cui il sessantottino prerivoluzionario Autore protagonista si ritrova, con non minore sorpresa sua che nostra, parroco in trasferta da Ventotene a una suburbana Roma, comincia e finisce con un matrimonio, la celebrazione religiosa di una costituenda famiglia. La messa, come sacrificio e offerta cristiana, in cui prenda corpo mitico e dottrinale la copertura protettiva con le sue propaggini di onnipotenza e di illusioni che l'individuo riceve dall'allevamento materno, la messa, dunque, è finita, e con essa l'onnipotenza e l'onniscienza infantile: che cosa ci rimane e che cosa ci aspetta dovendo affrontare la realtà della propria vita, del come e con quali valori viverla? Agli sposi della piccola isola, con il matrimonio dei quali inizia il film, il parroco-protagonista raccomanda comprensione reciproca e fedeltà, due volte fedeltà, e della sposa, che diversamente dallo sposo ben conosce, sembra maliziosamente sottolineare, perché tutti sentano, che “non è cattiva”.
Nella sequenza che precede, in cui il protagonista si butta a nuoto dalla accogliente isola turistica verso l'isolotto penitenziario di S. Stefano, è possibile vedere una cinematografica allusione al matrimonio come lunga impegnativa nuotata, se non proprio bagno penale, e forse anche, in termini più generali, un lasciare le illusioni della giovinezza e i gran rituali e miti della politica per la prospettiva penitenziale di sentire e pensare la vita con totale sincerità e onestà. Secondo questa prospettiva di impegnativa nuotata e matrimonio, di vita come coniugale nuotata,