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Dopo il Congresso dedicato alla “Reazione terapeutica negativa” la FEP torna ad abbordare un tema che suggerisce l'attenzione particolare meritata dalle difficoltà che come psicoanalisti incontriamo nel nostro lavoro quotidiano coi pazienti. Per la verità nel ricevere il programma e poi ancora al momento dell'impatto coi lavori il ricordo di quel Congresso e dei temi trattati allora si è sovrapposto a quello presente suscitando per un attimo una inquietante sensazione di “déjà vu”. In realtà ho compreso poi che la sensazione era dovuta alla ricorrenza nel titolo dell'attributo “negativo” in relazione a qualcosa che implicitamente o esplicitamente riguardava il paziente.
Ho ancora pensato che il tema, certamente scottante e sentito, conteneva nella sua definizione qualcosa che ai miei occhi presentava alcuni tratti che lo caratterizzavano anche come uno spostamento. Lo spostamento implicava il passaggio dalle difficoltà avvertite dallo psicoanalista nella cura dei suoi pazienti alle difficoltà del paziente medesimo: come se difficoltà del trattamento finissero per identificarsi con quello del paziente. Ho preso così atto di un'avvertita e condivisa esistenza di queste difficoltà e ho provato ad orientarmi. E per cominciare ho considerato che le difficoltà possono forse concernere:
i modelli teorici di riferimento;
la situazione clinica (il setting, la posizione dell'analista nella relazione, i moduli interpretativi).
Si può parlare di una crisi d'identità dello psicoanalista? Probabilmente no. Si