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Si presume che gli psicoanalisti conoscano — almeno per grandi linee — le vicende alterne del concetto di controtransfert, da quando Freud vi accennò la prima volta il 30 marzo 1910, al Congresso di Norimberga, sino ai giorni nostri. Tutti gli analisti sanno — o dovrebbero sapere — che in un primo tempo, il controtransfert fu considerato un ostacolo al buon andamento dell'analisi, ossia come una sorta di bastone fra le ruote di cui l'analista doveva prendere nozione e sbarazzarsi appena possibile: mentre in prosieguo di tempo, si capì sempre meglio sino a qual punto la presa di coscienza, da parte dell'analista, dei suoi moti controtransferali, poteva — anzi, doveva — esser considerata un elemento costitutivo essenziale della relazione analitica e consentire all'analista un'opera più sagace e consapevole nell'ambito della predetta relazione.
Questo, in sintesi, e sbrigativamente. Ma le accennate “vicende alterne” del controtransfert sono state oggetto di un numero non indifferente di libri e di saggi — dagli scritti dello stesso Freud a quelli più recenti di Sandler, Moeller o Grinberg. Bene hanno dunque fatto i curatori del volume qui esaminato e intitolato appunto Il Controtransfert a riunire i lavori più importanti sull'argomento in traduzione italiana abbastanza corretta; e a far seguire a varie bibliografie singole, dopo questo o quel capitolo, una bibliografia generale alla fine dell'opera.
A un primo esame, è sembrato al sottoscritto che nessun lavoro importante sul tema sia stato omesso e questo renderà sufficientemente esaustiva la lettura (che per molti sarà un'utile rilettura) dei saggi scelti e messi insieme dai dottori Albarella e Donadio. Dopo tutto, anche la memoria degli analisti ha i suoi limiti, e non molti fra essi, presumibilmente, sarebbero in grado di ricordare subito, e di riassumere, ciò che Annie Reich o Heinrich Racker scrissero tempo addietro sul controtransfert. Perciò il libro è da consigliare. I soli appunti critici che il sottoscritto